martes, 1 de noviembre de 2011

Insieme nel cammino verso la nostra santificazione. Seguendo le orme di Don Bosco


Nel anno 1855, Domenico Savio (sei mese dopo di essere arrivato al Oratorio di Valdocco), sentì parlare D. Bosco sulla facilità di diventare santo in questi termini:

-        è volontà di Dio che tutti siamo santi,
-       è facile raggiungerlo, e
-       per quelli che si decidono diventare santi…nel cielo è preparato un gran dono.[1]

Domenico Savio dopo di sentire questa allocuzione fu preso da un profondo desiderio di incominciare un percorso di santificazione e tutto il suo cuore fu infiammato di Amore di Dio: “sento un grande desiderio e necessità di diventare santo”. 



Santità: è rimanere fedeli a Dio

Celebriamo oggi a tutti Santi, quelli che sono stati riconosciuti magisterialmente e quelli che non godono di questo “privilegio”. (e che forze sono molto di più di quel primo gruppo). I Santi sono quelli che in ogni tempo sono stati fedeli a Dio, e di conseguenza hanno marcato positivamente la storia umana con il loro comportamento cristiano sulle orme del Cristo risorto.

La festa di tutti Santi ci ricorda, per un verso, la nostra meta finale, e da un altro, il comune progetto di Dio per ciascuno di noi: vivere la perfezione evangelica nella carità. Nel libro del Levitico troviamo l’invito universale: “Siate santi, perché io il Signore vostro Dio sono Santo” (Lv. 19, 2).


Santità: è la vocazione universale dei battezzati

Nel documento della Lumen Gentium,[2] quando si parla sulla santità nella chiesa, si sottolinea con forza che la santità è la vocazione universale di tutti i battezzati: prescindendo dal suo stato vocazionale specifico, ogni cristiano perché rivestito del battesimo «sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità» (LG. N° 40)…e molti di più per noi consacrati, sacerdoti e religiosi.

Tanto nella prima lettura come nel vangelo ci troviamo con la rappresentazione biblica di questa chiamata universale:

San Giovanni apostolo nel libro dell’Apocalisse ci racconta che quelli che furono segnati con il sigillo  erano “una moltitudine immensa” (centoquarantaquattromila).

Anche nel vangelo, Matteo ricorre ad un’immagine per rappresentare la schiera di persone che cercano essere fedeli a Dio Padre portando una vita coerente all’insegnamento di Gesù: “Gesù vedendo le folle” salì sul monte e da quel posto egli ha offerto un programma di santità: le beatitudini.

La base e il fondamento di questo programma di santità troviamo nella lettera di San Giovanni: “quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio”.


Punti fermi per un percorso di santificazione

  1. La santità diventa per noi meta finale de la nostra vita, a partire da un progetto comune: vivere e condividere il vangelo nella vita quotidiana.
  2. A questo impegno tutti siamo chiamati a metterci in questo percorso di perfezione di vita evangelica e di carità.
  3. I santi sono tutti quelli fedeli a Dio e che hanno marcato positivamente la storia con la loro testimonianza di vita umana e cristiana.
  4. La santità è un percorso personale e comunitario che si materializza in un programma di vita concreto.
  5. L’essenziale in questo percorso di santità è l’esperienza di amore tra Dio e noi, e di conseguenza, esperienza di amore tra noi…per vivere ed esprimere la figliolanza divina nella fraternità.


Santità: percorso personale e comunitario (tutti, moltitudine, folle)

La santità è un percorso personale e anche comunitario che si materializza in un programma di vita concreto, che secondo San Paolo implica: «sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza» (Col. 3, 12).

Nella spiritualità salesiana questo programma si esprime nella: eucaristia e riconciliazione, nella preghiera e azione per e con gli altri, nell’equilibrio nella relazione affettiva ed emozionale, e nella serenità e allegria nella convivenza fraterna.

Don Pietro BROCARDO, nel suo libro Don Bosco, profondamente uomo, profondamente santo, sostiene che nostro fondatore esprimeva la sua santità personale nella sua umanità, cioè, Don Bosco, per la sua grande umanità  è sensibilità per i problemi giovanile è stato riconosciuto come un santo straordinario e originale[3].

Il articolo 2 della nostra costituzioni ci ricorda che «nel compimento della missione troviamo il camino della nostra santificazione». […] Di quale missione ci parla la Costituzione? Proprio quella che sottolinea non il fare ma il «essere nella chiesa segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri».[4] Ma…per essere “segni e portatori” siamo chiamati a vivere e accogliere l’amore di Dio nella nostra vita personale e comunitaria. Sentirci profondamente amati da Dio è una condizione fondamentale per incominciare un percorso di santificazione. Possiamo allora vivere la santità salesiana come una esperienza comunitaria di amore a Dio nei giovani più bisognosi[5] (Domenica XXX tempo ordinario).

Le costituzioni parla di un «cammino di santificazione» e cioè, è un processo che implica un percorso di crescita vissuto assieme agli altri. La comunità è una dimensione, ma è anche il “luogo” dove esprimere e testimoniare la santità salesiana.

Dunque…non possiamo essere santi, secondo la mentalità di Don Bosco, senza una esperienza di amore e condivisione con i giovani, a partire e sostenuto, da una ricca esperienza di fraternità nella comunità.

Sia lodato Gesù Cristo…


[1] Cfr. Bosco J. (1878), Biografia de Santo Domingo Savio, en Canal J.-A. Martinez (1995), San Juan Bosco. Obras fundamentales, Madrid, BAC, pp. 155-156.
[2] Cf. Vaticano II. Lumen Gentium, Cap. V. Vocazione universale alla santità nella chiesa. «Nella chiesa tutti quindi tutti siamo chiamati alla santità…» (LG. N° 39).
[3] Cfr. Brocardo P. (2001), Don Bosco. Profundamente hombre, profundamente santo, Madrid, CCS.
[4] Cfr. Const. Salesiana N° 2.
[5] Cfr. Mt. 22, 37-39: «Amerai il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» […]. (e) Amerai il prossimo tuo come te stesso». Non possiamo amare Dio “nel” prossimo se non ci amiamo noi stessi. Siamo chiamati ad amare Dio “nel” prossimo. L’altro diventa una mediazione irrinunciabile nella esperienza di relazione con Dio.

viernes, 23 de septiembre de 2011

Nuevas ciudadanías desde el ejercicio y la praxis de la Educomunicación participativa


La tarea de las nuevas generaciones es aprender a [con]vivir no sólo en el amplio mundo de una tecnología cambiante y de un flujo continuo de información, sino ser capaces al mismo tiempo de mantener y refrescar también nuestras identidades locales. El desafío es poder desarrollar un concepto de nosotros mismos como ciudadano del mundo y conservar nuestra identidad local. […] La tarea central es crear un mundo que dé significados a nuestra vidas, a nuestros actos, a nuestras relaciones.[1]


La Educomunicación está empeñada y comprometida no sólo con la formación de “estudiantes” sino fundamentalmente está empeñada por la construcción de un nuevo perfil de ciudadano en vista a una renovada práctica y ejercicio de la ciudadanía (participativa, proactiva, efectiva y responsable). Al hablar de nueva ciudadanía, evidentemente, estamos hablando de la formación de nuevos sujetos sociales y políticos que estén comprometidos doctrinal y conductualmente en y por la construcción de una convivencia humana participativa desde las experiencias sociales compartidas.


¿Nuevas ciudadanías en tiempos de globalización?

Ante todo, debemos saber que las nuevas tecnologías interactivas pueden estar al servicio de una mayor participación ciudadana, pero al mismo tiempo, este instrumento en manos de personas con mentes “viciadas”, puede ser la expresión más renovada del “pensamiento único” o peor aún de un “único pensamiento” que no deja espacio para el diálogo, la confrontación, y el “inter-loquire” (hablar entre), es decir, la tecnología como expresión de un estilo de pensamiento unilateral, esencialmente dictatorial y perverso. Una segunda motivación, para proponer el ejercicio de nuevas ciudadanías en y desde el ambiente escolar, viene precisamente de nuestra preocupación por la «corrosión y la lenta desintegración de la ciudadanía»[2] misma. Existe una aparente y sentida indiferencia hacia lo social, el des-compromiso y la actitud de retirada en las relaciones sociales al interno de la comunidad.

Educomunicar para las nuevas ciudadanías

El ejercicio de un conjunto de nuevas ciudadanías, en tiempos de globalización cultural, pueden ser un importante referente que necesitamos para ir construyendo y vivenciando verdaderas prácticas de Educomunicación, en vista a «crear nuevos tipos de sujetos sociales y políticos para mejorar esa experiencia social compartida»[3] en la construcción del conocimiento, la participación social y la constitución personal. No cabe la menor duda que si nuestra propuesta formativa es de calidad, por ende, podrá promover competencias comunicativas para alcanzar una mayor independencia de juicio, análisis crítico y autónomo, en un contexto de diálogo constructivo en y desde la comunidad. Se educomunica para la nueva ciudadanía para que nuestros alumnos ciudadanos sean capaces de transformar las relaciones sociales que posibilite el arte del «aprender a convivir o vivir juntos»[4], además, para que puedan asumir un rol protagónico en la escuela y la sociedad.


Ciudadanías para aprender a convivir juntos:

Presentamos algunas expresiones de la nueva ciudadanía, que a nuestro criterio resultan emergentes, para “glocalizar” la experiencia formativa y relacional,[5] es decir, la radicación, la participación y el compromiso en el territorio local en apertura a las dinámicas globales. Revalorizando la dimensión local de la experiencia formativa se pretende hacer frente al peligro del desarraigo cultural y el alejamiento de las personas de las dinámicas sociales in-mediatas o directas.

Ciudadanía democrática

Formar ciudadanos democráticos, en el contexto educativo escolar, depende directamente de nuestra forma de relación y de comunicación en el proceso del aprendizaje. La transmisión unidireccional de la información, que realmente no podemos llamar conocimiento, es la expresión más evidente de un modelo comunicativo vertical de tipo top down. La adopción, promoción y el ejercicio de una metodología constructiva, compartida y participativa es la «expresión profunda de la cultura democrática»[6] en la institución educativa.

Ciudadanía social

Las últimas revueltas sociales que se han originados en el escenario político en muchas partes del mundo (Egipto, Londres, Chile) han dejados en clara evidencia la fuerza de convocatoria que poseen las comunicación digital y las redes sociales. Los espacios de encuentro inmaterial ha suscitado una movilización social hasta el punto de desmoronar instituciones y sistemas de gobierno de larga tradición dictatorial. Estos acontecimientos sociales reflejan, por un lado, que la comunicación mediata no diluye la sensibilidad ni la participación social, al contrario la aumenta y la renueva; y por otro lado, demuestra que los medios digitales e interactivos son realmente espacios de encuentro, de expresión y movilización social.

Ciudadanía digital

Las encuestas que se realizan en casi todos los países demuestran un dato que ya no sorprende a nadie: nuestros estudiantes invierten mucho tiempo en la experiencia de socialización online mediante las redes o comunidades sociales (social network). Otro dato evidente es la gran influencia que ejercen las nuevas tecnologías para el cambio y la movilización social. Las grandes manifestaciones y expresiones de protestas en los países convulsionados socio-políticamente se han originados en las redes sociales. Las redes sociales, además de ser medios, son lugares de socialización y del ejercicio activo de la nueva ciudadanía.

Ciudadanía intercultural

Vivimos en un contexto socio-cultural donde la convivencia con la diversidad es una nota dominante y una exigencia fundamental para construir un ambiente rico en humanidad y reconocimiento social. Hoy día, más que nunca, todos estamos llamados a aprender a respetar las diferencias de cualquier tipo. Construir relaciones de reconocimiento, desde la interacción y la comunicación intercultural, es clave para promover espacios compartidos para el encuentro, el consenso y la  negociación cultural.

Ciudadanía ambiental

El deterioro ambiental y ecológico debe suscitar el compromiso de todos por un modelo de desarrollo sostenible que apueste por el decrecimiento de nuestro estilo de consumo y de “explotación” de los recursos naturales. Debemos promover acciones e intervenciones, en todos los ámbitos, que nos lleven a incrementar el cuidado, la protección y la calidad del lugar natural de nuestra convivencia. La institución escolar debe promover todo tipo de intervenciones en su entorno natural. Ésta demostración de interés y compromiso en y por el territorio local es la mejor muestra de radicación de la escuela en su entorno.

Para la reflexión personal y grupal

1-    Al interno de nuestra institución educativa ¿Sobresale la cultura de la imposición y del temor como estrategia para “moldear” la conducta y la mente de nuestros estudiantes?
2-     ¿De qué manera nuestra institución educativa promueve y facilita el uso de las redes sociales para la movilización, la participación social y la radicación en su entorno?
3-    ¿Qué tipo de ciudadanía es la más desafiante para nuestra forma de gestión formativa? ¿Cuáles son las dificultades concretas para su concreción?.


[1] Cfr. Bruner J. (1999), La educación puerta de la cultura, Madrid, Visor, p. 9.
[2] Cfr. Bauman (2008), Individualmente insieme, Regio Emilia Italia, Diabasis, p. 75.
[3] Cfr. Imbernón F. (2002) (Coord.), Cinco ciudadanías para una nueva educación, Barcelona, Graó, p. 6.
[4] Cfr. Delors J. (1997), La educación encierra un tesoro, México, UNESCO, p. 79.
[5] Cfr. Beck U. (2008), ¿Qué es la globalización? Falacias del globalismo, respuestas a la globalización, Barcelona, Paidós, p. 69. La emergencia de la nueva ciudadanía es debido al fenómeno de la «nueva dimensión transnacional» […], suscitado por el proceso de globalización cultural y sostenido por las nuevas tecnologías, es decir una nueva forma de «vivir y actuar a la vez aquí y allí».
[6] Cfr. Bruner J. (2006), Actos de significado. Más allá de la revolución cognitiva, Madrid, Alianza, p. 47. 

miércoles, 15 de junio de 2011

Educomunicar para una “ciudadanía proactiva glocal”


P. Claudio Arévalos Coronel


Educomunicar para el ejercicio de la ciudadanía activa, efectiva y responsable es un proceso que se debe llevar a cabo, actualmente, en consonancia a la “nueva” dimensión humana existencial. La antropología dialogal e intersubjetiva siempre ha definido a la persona como un “ser en el mundo, con los demás y abierto a la trascendencia”.[1] Con la “revolución” de las nuevas tecnologías digitales e interactivas estamos empezando hablar de la persona como un ser “ínter-conectado”, donde la experiencia de la socialización, la formación y la participación ciudadana se realizan en un espacio de “doble interacción” (doubling of interaction), es decir en la integración entre la interconexión social online y la relación de interacción y de proximidad física inmediata (doubling of space). Estamos hablando entonces de una identidad que se construye y se desarrolla en red (Networked self), en un entorno de doble pertenencia existencial: global/local al mismo tiempo.

Socialización e identidad en red (Networked Self)

Llamamos “digital natives” (nativos digitales) a los jóvenes de la “Net Generation”, es decir aquellos nacidos en la época de la tecnología digital (born digital),[2] altamente mediatizados e insertos en un rico y plural ecosistema comunicacional. Lo propio de la nueva generación no es tanto el estar inmersos “con” los demás, sino más bien el hecho de estar en interconexión. Las tecnologías sirven de plataforma mediática y mediación cultural para la experiencia y el ejercicio de la socialización. La interconexión digital es pues una nueva forma de ser y de vivir la experiencia de la socialidad, porque existe la impresión en el imaginario colectivo, que en el nuevo contexto cultural que «si no se está conectado no se es nadie».[3] El networked self no se trata sólo de una nueva moda cultural o una ideología mediática, al contrario, estamos hablando de un nuevo modo de ser y vivir la ciudadanía. Este nuevo modo de ser social genera un nueva manera de actuar: la participación social proactiva glocal o el ejercicio de una ciudadanía en perspectiva global radicada y comprometida local y territorialmente.

Prosumers y post productor cultural glocalizado

Los jóvenes de la generación digital han dejado de ser meros receptores pasivos de la información y de los bienes culturales.[4] Los medios, por su lado, no son “simples instrumentos” porque se han convertidos en espacios de acción, de expresión, de ejercicio del poder económico, político y de mediación sociocultural. El fortalecimiento de la Web 2.0 ha permitido que los digital natives realicen su experiencia de construcción de si mismo y del conocimiento de forma mucho más interactiva y participativa, ellos no son simples “consumidores pasivos” de la información que circulan en la red, sino además son (re) productores/consumidores (prosumers)[5] creativos y post productores de bienes culturales, radicados en la experiencia local y conectado a nivel global. Actualmente la separación de esta doble dimensión existencial es casi imperceptible.[6]

El Papa Benedicto XVI reconoce, en su último mensaje para la jornada mundial de las Comunicaciones Sociales, que «las nuevas tecnologías no modifican sólo el modo de comunicar, sino la comunicación en sí misma, por lo que se puede afirmar que nos encontramos ante una vasta transformación cultural. Junto a ese modo de difundir información y conocimientos, [sostiene el Papa] nace un nuevo modo de aprender y de pensar, así como nuevas oportunidades para establecer relaciones y construir lazos de comunión»[7] en la convivencia social. En esta nueva forma de aprender y pensar el sujeto asume el pleno control de su conducta de modo activo, lo que implica la posibilidad de promoción de iniciativas creativas de manera responsable y autónoma. En este sentido los digital natives son potencialmente proactivos.  

Ciudadanía proactiva glocal

Hay algunos que siguen sosteniendo que en el actual contexto sociocultural que nos encontramos “debemos pensar globalmente y actuar localmente”.[8] No basta. Porque según nuestro parecer esta manera de concebir la ciudadanía es insuficiente y hasta cierto punto riesgoso por el hecho que promueve una ruptura en la manera de pensar, de aprender, de establecer relaciones de promoción sociopolítica y ambiental. Creemos que es mejor hablar de una “ciudadanía en perspectiva global radicada y comprometida local y territorialmente” (rooted global perspective).[9] La ciudadanía glocal se forma y se ejercita en un espacio de encuentro y diálogo negociado entre actores globales/locales, que promueven proyectos de cooperación, participación y solidaridad a nivel local, nacional, regional e internacional. Para activar este tipo de participación social es necesario pensar, comunicar y actuar siempre en simultáneo y de manera abierta y plural, a nivel local, nacional y mundial.

El pensamiento glocal es propio de la estructura cognitiva de los digital natives, quienes se caracterizan por un estilo de vida abierto, dialogante, conectivo y reticular. La emergencia de un nuevo estilo de ciudadanía nos debe ayudar a replantear nuestra intervención educativa, acorde a las nuevas exigencias existenciales de nuestros alumnos, de modo que esa sea realmente una “mediación cultural” que favorezca la capacidad de integración y convivencia entre las personas en este nuevo entorno existencial, y de esa forma, nuestros alumnos se comporten como auténticos ciudadanos o agentes proactivos de transformación social, de integración cultural, en vista a una convivencia humana más democrática, justa y solidaria.

El contexto cultural de interdependencia a escala planetaria entre la dimensión global/local exige entonces a la escuela ciudadana «formar un ciudadano glocal, radicado en el local pero igualmente abierto a las dimensiones planetarias».[10] Podemos llamar también a éste proceso globalización “desde abajo”, que para nosotros, se trata de una «ciudadanía glocal que, por un lado, interactúe en el ámbito transnacional mediante redes, asociaciones y organizaciones que sometan a discusión las políticas de cada estado, y por otro lado, actúe localmente construyendo relaciones y alianzas sociales que permitan construir modelos, no guetizados pero tampoco homologados, de un tipo distinto de relación hombre naturaleza»[11] en la sociedad contemporánea planetaria.

De consecuencia, la «educación a la ciudadanía entre local y global […] es un empeño pedagógico» […] irrenunciable por la emergencia de «construir el sentido de la común humanidad, reforzar el ligamen social, promover el sentido de comunidad en el pluralismo, cultivar el arte de la convivencia, en fin, inventar el vivir juntos en un mundo que ha resultado, al mismo tiempo, muy pequeño y muy grande»,[12] pero que requiere de manera “urgente” ser entendida y asumida para poder diseñar intervenciones eficaces de formación sociopolítica.



Pistas para la reflexión personal y grupal

1-    ¿Cómo educadores, somos conscientes que nos encontramos en un contexto de gran cambio cultural y tecnológico? ¿De que manera el cambio de la comunicación, generado por las nuevas tecnologías, influye en nuestra manera de pensar, aprender y actuar?

2-    ¿Cómo estamos promoviendo las competencias educomunicativas mediáticas (acceso, interacción y participación) desde el ambiente educativo escolar para el ejercicio de una ciudadanía proactiva glocal?

3-    ¿Estamos de acuerdo que la nueva tecnología digital interactiva están generando nuevos procesos de integración, de pertenencia y participación ciudadana? ¿De qué manera estamos preparando a nuestros alumnos para el ejercicio de este nuevo tipo de ciudadanía?


[1] Gevaert J. (2005). El problema del hombre. Introducción a la antropología filosófica (14ª Ed.), Salamanca, Sígueme.
[2] Piscitelli, A. (2009), Nativos digitales. Dieta Cognitiva, inteligencia colectiva y arquitecturas de la participación, Buenos Aires, Santillana, p. 46.
[3] Verdú V. (2006), Yo y Tú objetos de lujo. El personismo: la primera revolución cultural del siglo XXI, Barcelona, Debate, p. 190.
[4] Prensky, M. (2010), Teaching Digital Natives. Partnering for real learning, Corwin A SAGE Company (California), United States of America.
[5] El neologismo Prosumer es la contracción de los términos ingleses Producer y Consumer. Gracias al alto de grado de interactividad de las nuevas tecnologías, el mismo medio, ha generado un nuevo perfil de usuario, mucho más activo y creativo.
[6] Palfrey J.-Passer U. (2009), Nati con la rete. La prima generazione cresciuta su Internet. Istruzioni per l’uso, Milano, BURrizzoli, pp. 58-60.
[7] Mensaje del Papa Benedicto XVI para las 45 Jornadas Mundial de las Comunicaciones Sociales (05-06-2011). Ver en: (<http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/communications/documents/hf_ben-xvi_mes_20110124_45th-world-communications-day_sp.html>), visitado el 14-06-2011.
[8] Mayor información en: (<http://es.wikipedia.org/wiki/Piensa_globalmente,_actúa_localmente>), visitado el 14-06-2011.
[9] Premoli S. (2008), Pedagogie per un mondo globale. Culture, panorama dell’educazione, prospettive, Torino, EGA, pp. 188-190.
[10] Tosolini A. (2007), Educare il cittadino glocale, in A. Tosolini-S. Giusti-G. Papponi (a cura di), A scuola di intercultura. Cittadinanza, partecipazione, interazione: le risorse della societá multiculturale, Lavis (TN), Erickson, p. 33.
[11] Mayer M. (2002), Ciudadanos del barrio y del planeta, en F. Inbernón (Coord.), Cinco ciudadanías para una nueva educación, Barcelona, Graó, p. 92.
[12] Santerini M. (2009), Educazione alla cittadinanza tra locale e globale, en L. Luatti, Educare alla cittadinanza attiva. Luoghi, metodi, discipline, Roma, Carocci, p. 34.

miércoles, 4 de mayo de 2011

La Escuela ciudadana como lugar de formación sociopolítica


Para educomunicar para la ciudadanía activa, mediante la convivencia social democrática y participativa en el ambiente educativo escolar, se requieren ciertas competencias comunicativas a nivel institucional y a nivel de «talentos humanos»,[1] es decir, en cuanto a los actores directos de la gestión institucional. En este artículo nos ocupamos directamente de la competencia comunicativa institucional, evidentemente ésta no se logra a comprender separadamente de las competencias comunicativas personales. En concreto, para educomunicar para la ciudadanía activa, ante todo, se debe construir y animar una Escuela ciudadana, o sea, una Escuela inserta, radicada, comprometida y partícipe en el territorio local donde desarrolla su misión educativa.

Construir y animar una Escuela ciudadana

Una Escuela ciudadana es aquella que considera el contexto sociopolítico, cultural y ecológico como “lugar” de mediación e intervención por excelencia de la experiencia formativa. El territorio y la localidad de la convivencia social constituye la “mediación cultural” irrenunciable, por el hecho mismo que la experiencia humana es una realidad radicada o situada en una historia y cultura concreta. Hablar de mediación cultural es posicionarse en un paradigma comunicativo totalmente distinto al modelo mecanicista, funcional e informacional de la acción educativa. Construir, animar y gestionar una Escuela ciudadana implica la promoción de la comunicación participativa en el ambiente educativo.

La localidad como lugar desde donde construir la ciudadanía

El ejercicio de la comunicación participativa en la Escuela y en el entorno sociopolítico local es una de las condiciones para posicionar la intervención educomunicativa en clave de mediación social. Este proceso de participación ciudadana emerge a causa del peligro que el ambiente educativo se convierta en un «no-lugar».[2] Cuando hablamos del “no-lugar” en el ambiente escolar nos referimos concretamente a la ausencia del arraigo social, la nula implicación y pertenencia al territorio, debido a que el ambiente educativo es más bien un espacio de cruces, de flujos, de movilidad e inconstancia, de escurrimiento y de “relaciones fluidas” de poca duración. En este contexto emerge la necesidad de construir la comunidad escolar «como lugar y como espacio en el que aprender a ser ciudadano»[3] con profunda sensibilidad social, de modo a intervenir en los problemas sociales, políticos y ambientales.

El debilitamiento de la participación social en las acciones comunes a favor del sector más carenciado debe suscitar un renovado empeño por reconstruir el sentido social de la formación humana desde el ambiente escolar, dando calidad y densidad a los momentos de encuentros, de convivencia y de relaciones sociales en la experiencia de la comunión, de modo a responder educomunicativamente a «la fragilidad, la vulnerabilidad, la transitoriedad y la precariedad de los vínculos y redes humanos».[4] Una reforma educativa debe empezar, ante todo, por re-significar el lugar o el ambiente social comunicativo para que la experiencia del aprendizaje sea significativa en la vida de los educandos. El ambiente o lugar del aprendizaje resulta significativo cuando se favorece la participación activa, la expresión creativa y cuando existe el sentido del “nosotros” en la convivencia comunitaria.

Remediar la escuela en el contexto sociocultural glocal

En el concepto de «remediation»[5] encontramos la clave para efectuar la “reforma comunicativa” del sistema educativo escolar, y de esa forma, conseguir remodelar o reposicionar la escuela en el nuevo entorno cultural global/local. En el nuevo contexto cultural eminentemente interactivo y multimedial existe una certeza pedagógica, se trata de la convicción de que ningún “médium” puede actuar independientemente en la construcción y producción de los significados culturales. Remediar la Escuela significa sustituir de manera definitiva el modelo unidireccional, de tipo top-down, por un modelo más interactivo y participativo de la acción educativa.

Si pretendemos que nuestra Escuela sea significativa, en el contexto cultural contemporáneo, debe necesariamente “remediarse”, es decir, se debe dejar interpelar por las nuevas tecnologías interactivas en su manera de construir el conocimiento, en su forma de producción y gestión de la información. Además, la Escuela debe reposicionarse, en el contexto sociopolítico y en el ecosistema comunicativo, definiendo estrategias de integración y de cooperación, y no de competición o de oposición, con las nuevas agencias mediáticas de socialización.

Remediar la Escuela quiere decir en concreto renovar el paradigma comunicativo de la acción educativa y de la gestión institucional, de modo a responder al desafío de «formar ciudadanos y no solo alumnos»[6] que participen de manera activa, responsable y participativa en su entorno social.

Sugerencias para la reflexión

Si deseamos que nuestra institución educativa sea realmente una Escuela ciudadana debemos esforzarnos de que esa se inserte en el territorio local, se integre en el ecosistema comunicativo cultural, se involucre y participe en el proceso de construcción social de la realidad. Por tanto, debemos plantearnos:

1-    ¿De qué manera la realidad sociopolítica nacional está presente en el interior de la Escuela, y de qué manera la Escuela ayuda a interpretar correctamente las problemáticas sociales, identificando las causas reales de las situaciones de pobreza y marginalidad?
2-    ¿Cuáles son las instancias de encuentro, de ayuda, de cooperación y de integración que la Escuela establece con las demás agencias de socialización?
3-    ¿El tema de la inclusión social se reduce sólo en la aceptación acrítica de las nuevas formas de representación y expresión juvenil?
4-     ¿Cuáles son los indicadores sociopolíticos, culturales y ecológicos que demuestran que nuestra institución educativa es verdaderamente una Escuela ciudadana?


[1] Fuentes Martínez S. (2006), Comunicación para la gestión del cambio, en AA.VV, Comunicación organizacional. Cultura y gestión para el cambio, Ecuador, CIESPAL, p. 46. Preferimos usar éste término en cambio de “recursos humanos”, debido a que en esta perspectiva el factor humano es considerado como sujetos creativos, proactivos y protagonistas corresponsables de la misión educomunicativa.
[2] Augé M. (2008), Los no lugares. Espacios del anonimato. Una antropología de la sobremodernidad, Barcelona, Gedisa, p. 40. Los no-lugares «se trata de espacios en los que no se puede establecer ningún tipo de relación social […] no están caracterizados por la comunicación». Augé M. (2007), Por una antropología de la movilidad, Barcelona, Gedisa, p. 32.
[3] Martínez M.-C. Bujons (2001), Un lugar llamado escuela. En la sociedad de la información y de la diversidad, Barcelona, Ariel, p. 11.
[4] Bauman Z. (2007), Modernidad liquida, Buenos Aires, Fondo de Cultura Económica, p. 20.
[5] Entendemos la remediación como el «proceso cómo un médium remodela los otros medios precedentes» [...], o «la representación de un médium al interno de otro» Bolter J.-R. Grusin (2003), Remediation. Competizione e integrazione tra media vecchi e nuovi, Milano, Guerini Studio, pp. 44; 73. En este sentido las nuevas agencias mediáticas ayudan a reposicionar a la misma escuela en el nuevo ecosistema comunicativo.
[6] Delval J. (2006), Hacia una escuela ciudadana, Madrid, Morata, p. 12.

sábado, 30 de abril de 2011

La presenza fraterna in comunione come mediazione di riconoscimento del Cristo Risorto


Il vangelista Giovanni fedele al suo stile di narrazione nuovamente ci propone un insieme di segni con il proposito de farci capire che Gesú  è veramente Risorto ed è presente tra noi.

ANALISI DEI TESTI

Vi presento i seguenti segni identificati nel racconto che ci offre Giovanni:
-sera del primo giorno della settimana: centralità della domenica
-le porte chiuse
-timore che raduna agli discepoli: Tomasso dove è? La sua assenza è espressione di coraggio? La sua mancanza possiamo dire che è stata la sua debole appartenenza comunitaria?
-Gesú si mette in mezzo ai discepoli: centralità del Cristo Risorto
-Parole di Gesù: Pace a Voi! (tre volte)
-Soffio che fa Gesù: dono dello Spirito Santo
-Comando di perdonare i peccati
-Assenza di Tommaso: non c’era con i discepoli
-Tommaso si rifiuta a credere “per sentito dire”, e quindi esige i segni (chiodi: mani; lancia: costato).
-Otto giorni dopo: domenica giorno della manifestazione del Risorto.
-Presenza di Tomasso con i discepoli.
-Gesù venne all’incontro dei discepoli (appare tre volte lo stesso verbo):
o Porte chiuse
o Se mete in mezzo ai discepoli
o Dona la pace
-Parole di Gesu a Tommaso: è un rimprovero? Gesu chiede a Lui di essere credente e non incredulo. Allora che tipo di fede chiede Gesù ai discepoli?

INTERPRETAZIONE DELLA NARRAZIONE

Per impostare meglio la nostra riflessione dobbiamo domandarci: Quale è stato lo sbaglio o la mancanza di Tommaso? È stato il fatto di chiedere vedere i segni?

Penso proprio di non…quindi… possiamo dire che con la sua domanda agli altri discepoli di vedere i segni…ha espresso il suo profondo desiderio di avere anche l’ estesa esperienza in prima persona con il Risorto.

Anche Lui voleva vedere per credere, cosi come ha fatto lo stesso Giovanni, Pietro e Maria di Magdala. La domenica scorsa abbiamo sentito che lo stesso Giovanni, dopo di avere entrato al sepolcro, “vide e credette”. Allora il fatto di chiedere i segni che dimostrano la risurrezione del maestro non è stato motivo del “rimprovero” da parte di Gesù.

Per sostenere questa idea è importante analizzare come Gesù appare agli altri discepoli “paurosi”:
-Gesù venne incontro loro:
-Si mete in mezzo a loro:
-Parla con loro: pace a voi! Cioè, rasserena loro. 
-Mostra loro le mani e il fianco, cioè, i segni della risurrezione.
-Affida loro una missione concreta: perdonare i peccati.
-Soffio su loro: il dono dello Spirito Santo

Dopo che Gesù ha fatto tutto questo con i “discepoli paurosi”, appare in scena Tommaso…E con giusta ragione si rifiuta credere “per sentito dire”, perché appunto anche Lui vuole fare esperienza diretta con il Risorto…non gli basta le semplice parole degli testimoni paurosi.

Allora: da questa prospettiva, chiedere i segni della risurrezione, possiamo interpretare come un diritto di Tommaso. Gli altri hanno riconosciuto Gesù mediante:
-La presenza di comunione
-Le parole dello steso Gesù
-I segni concreti delle mani e della ferita del fianco.

A questo punto possiamo dire che la mancanza di Tommaso è stato la sua assenza con gli altri discepoli, cioè, il fatto di non essere presente con il gruppo, dove tutti vivevano con «un cuore solo e un’anima sola» (Att. 4,32).

Forse lo sbaglio di Tommaso è stato non il fatto di chiedere dei segni…ma la sua stessa incredulità oppure l’espressione di una fede troppo superficiale. Sarà che con questo racconto Gesú non ci sta chiedendo di esprimere e vivere una fede più radicale e profonda?

Possiamo dire che Tommaso non è stato perseverante alla vita di comunione della comunità, che si doveva esprimere nella fedeltà «all’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera» (Att. 2, 42), comune.

DUNQUE…nel comportamento di Tommaso il vangelista Giovanni vuole farci capire che:

-Tutti siamo chiamati di fare esperienza diretta con Cristo Risorto per riconoscere Lui nelle sue parole e nei suoi azioni.

- Siamo chiamati a testimoniare il risorto mediante la nostra presenza di comunione nella nostra convivenza quotidiana. È proprio la vita vissuta in unità, fraternità e pace l’espressione vera della presenza di Cristo Risorto.

- Nel comportamento di Tommaso scopriamo anche il desiderio profondo di fare esperienza  diretta e profonda della Parola vivificante del Risorto.

-Tommaso dopo l’esperienza di incontro in prima persona con il risorto è stato capace di esprimere una vera professione di fede: Mio Signore e mio Dio!. Possiamo dire che in questo momento Lui ha aperto il suo cuore alla azione dello Spirito Santo.

Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesú Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesú Cristo.

sábado, 23 de abril de 2011

Essere segno visibile, credibile e significativo del Cristo Risorto


Oggi celebriamo la risurrezione del Signore. La festa della Pasqua è la più importante di tutto l’anno liturgico. È una festa in cui siamo invitati a diventare i “segni visibili, credibili e significativi di Cristo Risorto nell’ambiente dove ci tocca convivere con gli altri.

Il vangelista Giovanni ci racconta il giorno della risurrezione valendosi da un insieme di segni, sarebbe interessante soffermarci su ognuno…ma il tempo non ci permette…e quindi mi permetto soltanto di elencare per poi sottolineare qualcun.

Il racconto comincia dicendo…
-       Il primo giorno della settimana: centralità della domenica
-       Quando ancora era buio…si tratta del grande mistero di un Dio che muore per amore.
-       Hanno trovato che la pietra era stata tolta…Gesú risorge per la potenza dello Spirito di Dio Padre.
-       E il sepolcro vuoto… no era meglio che Gesù apparisca di maniera spettacolare?
-       Maria di Magdala corse da Pietro per portare la Buona novella (colui che a negato 3 volte a Gesú) e Giovanni (il discepolo amato)
-       Pietro e Giovanni corrono al sepolcro dopo di ricevere la notizia (Pietro: piú lento, e Giovanni piú veloce).
-       Giovanni arriva per primo ma non entro nel sepolcro…perché?
-       Pietro giunse in ritardo e fu lui che entro per primo nel sepolcro
-       Pietro osservo i teli e il sudario avvolto in un luogo a parte…
-       Giovanni entro posteriormente: vide e credette che Gesú ha risorto.

Da questi insieme di segni ne prendo qualcun per elaborare la mia riflessione:

1-    Gesù risorto è pieno di potenza: “…la pietra era stata tolta dal sepolcro”.

La risurrezione di Gesù è potenza poiché ci concede la remissione dei nostri peccati. Infatti, con la sua passione egli ci ha ottenuto il perdono di tutti i nostri peccati, anche quelli più gravi. La vita di Cristo ci trasforma interiormente. Non viviamo più semplicemente al livello umano, ma abbiamo in noi un germe di vita nuova che ci trasforma e ci rinnova con la grazia e la potenza della risurrezione.

2-    Il Sepolcro vuoto

Il brano del Vangelo di Giovanni che appena abbiamo ascoltato in questo giorno della risurrezione non ha come protagonista il Risorto…ma il sepolcro da Lui lasciato vuoto.

Non vi sembra estraneo tutto questo? Noi che veniamo proprio per fare festa e celebrare la Risurrezione di Gesú…ma il Risorto non c’è…soltanto ci troviamo con i segni…allora cosa il vangelista vuole trasmetterci con questo racconto?

3- Giovanni arriva per primo, ma non entrò, fu “Pietro che entrò nel sepolcro”

L’evangelista fa notare che Giovanni, pur correndo più veloce e arrivando prima è pieno di rispetto per Pietro, lo considera veramente come il capo degli apostoli; perciò non entra subito nel sepolcro, ma fa entrare prima Pietro.

La comunità cristiana non è un insieme di persone che convivono anarchicamente, cioè dove ciascuno dei membri si crea delle regole di maniera autonoma e libera senza nessun riferimento, precludendo ogni forma di animazione e gestione in comune. San Paolo, quando parla della Comunità cristiana, utilizza l’esempio del corpo per spiegare che la Chiesa deve convivere in armonia e in comunione. Vivere e lavorare in comunione è il segno più convincente che Gesù è vivo presente tra noi.

4- Giovanni al vedere i teli e il sudario… “vide e credette”

La risurrezione di Gesù è stata l’evento che ha illuminato la mente e il cuore dei discepoli. Gesù risorto è sorgente di luce, di una luce molto confortante e positiva che ci dona un sguardo nuovo per scoprire i segni concreti che ci parlano della risurrezione di Gesù.

Gesù risorto è sorgente di luce e di vita nuova che deve manifestarsi in segni concreti, ossia nel nostro modo di pensare, di sentire, de agire e di amare vicendevolmente. Se esprimiamo pensieri, sentimenti e azioni nuovi anche noi diventiamo segni vivi e mediatori efficaci del Cristo Risorto.

Il sepolcro vuoto è il segno più evidente che tutti noi dobbiamo essere segni visibili, credibili e significativi di Cristo Risorto, prendendo l’esempio di: Maria di Magdala, Pietro e Giovanni, che furono i primi annunciatori e testimoni della risurrezione del Maestro.

Noi dobbiamo essere…mediatori e portatori della Risurrezione di Gesú. E per essere segni vivibili, credibili e significativi dobbiamo vivere già da “uomini nuovi” mediante una vita rinnovata, essendo annunciatori di parole, atteggiamenti e comportamenti rinnovati.

Noi dobbiamo metterci nella stesa frequenza d’onda della vita dei primi cristiani post pasquale. Il vangelista Luca negli Atti degli Apostoli ci presenta una bella descrizioni di coloro che hanno creduto veramente in Cristo Risorto.

Dice Luca, parlando dei primi cristiani: «erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (Att. 2, 42).

Dunque per essere segni visibili, credibili e significativi di Cristo Risorto…dobbiamo:
-       ascoltare e obbedire l’insegnamento del nostro pastore,
-       in unione fraterna di spirito e azione…formando «un cuore solo e un’anima sola» (Att. 4,32)
-       condividendo la frazione del pane attorno ad una unica mensa eucaristica
-       animati dalla preghiera personale e comunitaria.

Questi devono essere i nostri atteggiamenti in questo tempo pasquale perché veramente possiamo diventare segni visibili, credibili e significativi del Cristo Risorto, e proprio da questi segni gli altri possono riconoscere che Gesú è veramente risorto ed è presente nella nostra famiglia e nella nostra comunità parrocchiale.

Essere segno del Cristo Risorto nella famiglia implica costruire un ambiente relazionale nel dialogo, nel rispetto, nella comprensione e nel perdono vicendevole.

Essere segno del Cristo Risorto nella comunità parrocchiale implica assumere un atteggiamento positivo, vivendo con generosità e collaborazione con i bisogni proprio della parrocchia, praticando la carità, l’amore fraterno e la condivisione in comunione di azione e di spirito.

Il Signore è risorto, alleluia! Rallegriamoci ed esultiamo in Lui: impegnandoci ad essere segni visibili, credibili e significativi del Cristo Risorto. 

viernes, 22 de abril de 2011

VIA CRUCIS: Accompagnare Gesù verso la sua crocifissione e morte


La preghiera del via crucis de quest’anno è stata preparata per due monache agostiniane, ambedue appartengono al mondo monastico della famiglia spirituale di Santo Agostino, colui che incoraggiava ad attaccarsi alla croce di Gesú dinanzi alle sofferenze della vita.

La suora agostiniana Maria Rita Piccione ci ricorda nella presentazione del via crucis, preparata da Lei e che abbiamo seguito, che questa preghiera cristiana «non è una semplice pratica di devozione popolare con venatura sentimentale, essa [sostiene la suora] esprime l’essenza dell’esperienza cristiana», perchè appunto ci riporta alle parole stesse di Gesù, quando il maestro diceva ai suoi discepoli: «se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc. 8, 34).

Dunque…possiamo dire allora che appena “abbiamo di qualche maniera messo in pratica l’insegnamento di Gesù”, perché siamo stati disponibili ad accompagnare l' “umile Gesù” nel suo cammino verso la croce. L’accompagnare Gesù verso la croce è un continuo seguire il suo esempio di vita, di credere veramente nel suo insegnamento e soprattutto di entrare in comunione con Lui tramite la preghiera. In concreto, rivivere il cammino della croce è allora vivere un progetto di vita centrata nel seguire, nel credere e nel pregare con Gesù.

Vorrei sottolineare alla fine del nostro via crucis comunitario una certezza di vita personale, penso che più che accompagnare Gesù nella nostra vita quotidiana, dobbiamo prendere un stile di vita segnata dalla presenza del umile Gesù, che ha passato tutta la sua vita donandosi e testimoniando di parole e azioni la presenza amorosa di Dio Padre per l'umanità intera, senza fare nessuna distinzione.

Il nostro accompagnare Gesù verso la sua crocifissione e morte ci deve aiutare a prendere coscienza che oggi è proprio Lui che ci accompagna ed è presente nel nostro cammino di vita personale e comunitaria, vita che a volte è segnata anche di sofferenze, rifiuti, incomprensioni, dolori, ecc. La croce di Gesù deve aiutarci a capire il senso della nostra sofferenza ed assumere le nostre croce quotidiane, per far diventare occasione di vita nuova.

Nel seguire l’umile Gesù sofferente, crocifisso e morente esperimentiamo veramente il grande amore di Dio per ciascuno di noi, perché persino Dio com-patisce con noi le nostre sofferenze. In Gesù di Nazaret Dio stesso sofre con noi e per i nostri dolori.

La croce di Gesù è il vero sacramento del amore perché è l’espressione della donazione totale e gratuita. Che l’esempio di Maria sua madre ci aiuti a restare fedele ai piedi della croce come espressione anche del nostro amore verso il nostro redentore e Signore Gesù Cristo.